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Gatto di suoni, gatto di silenzio

Gatto di suoni, gatto di silenzio

Con te non ci sono vie di mezzo, caro gatto: o ti si ama o ti si odia. Più spesso però ti si ama, e lo si fa proprio per quelli che sono i tuoi “difetti”.

Sei egoista, orgoglioso, opportunista: insomma sei troppo simile a noi per non sedurci nel profondo, ché in cuor nostro aneliamo più di ogni altra cosa una controparte. Qualcuno in cui rispecchiarci per sorridere, con ironia, anche un pò di noi stessi.

Ma c’è dell’altro, ed è il tuo fascino affabulatore. A differenza del tuo lontano “cugino”, il cane, rifiuti di entrare nei nostri spazi, nelle nostre abitudini quotidiane; anzi sei tu a far proseliti, ad attirarci nel mondo di cui sei re incontrastato, saggio e capriccioso.

Un mondo dove il tempo rallenta e si dilata come le tue pupille al buio. Ogni tuo gesto, ogni tuo scatto e movimento ha lo stupore e la sincerità del bambino che osserva le cose per la prima volta.

Eppure sembri conoscere a fondo le corde del nostro cuore, sai farti capire al volo. E la tua abilità di “comunicatore” vorrei declinarla per suoni e rumori, quelli che sono più familiari a chi ha l’onore della tua compagnia:

plop: con un gesto che sai fare solo tu, ti getti a terra. Abbassi le difese di cui tanto vai orgoglioso, sei inerme di fronte a chi ti è davanti. Quale gesto più sincero di fiducia, di vicinanza?

trrrrrr: sei contento, e le parole non servono, parla il tuo cuore! Con un trillo ritmico, armonioso, che non ti costa alcuno sforzo: come la gioia che scorre dentro di te.

mieoww: qualcosa non va? Il tuo richiamo accorato spezzerebbe anche il cuore più gelido…

pom pom pom: sono i tuoi passetti concitati, quando qualcosa attrae la tua attenzione… o quando, dopo una giornata di “faticoso” ozio, ti è servito il meritato pasto!

sgrat sgrat: chi ha chiuso la porta? Chi osa precludere a Sua Gattità l’accesso a una parte del suo regno? Gratti e gratti, e sai bene che questo non farà cedere l’uscio: infatti è un gesto dimostrativo!

Ma più di tutto mi piace il tuo silenzio.

Come quando mi fissi in volto, immobile, con la tempra di un vecchio saggio che custodisce segreti lontani, saperi antichi. Come quando ti muovi per le nostre case, con l’indolenza e la nobiltà imperscrutabile di un imperatore, di cui noi siamo poco più che sudditi.

Non è proprio così, forse lo intuisci. Ma lungi da me, gatto, contraddirti!

Le ragioni dell’oca

Tante strade diverse possono portare al vegetarismo e alla scelta di lottare per i dirtti degli animali. Se dovessi “classificarmi” secondo la distinzione che Tom Regan fa in Gabbie Vuote, potrei definirmi un “damasciano”. Piuttosto che da un’innata empatia verso gli animali, è nato tutto da una “folgorazione”: un pò come Saul sulla via di Damasco.

In realtà, niente di complicato. Semplicemente il riconoscere che la carne non è materia inerte, ma cadavere: corpo di un animale che è stato, che ha vissuto. Tutto qui: più che il mio sentimento è stata la mia ragione a muoversi, squarciando un preconcetto. O, come direbbe uno specialista, una “rimozione psicologica”.

Però è stato proprio iniziando a rispettare gli animali che ho iniziato a conoscerli meglio… e ad amarli, senza distinzioni di specie e di razza. Vorrei poter dire, come è stato per me, che basti fermarsi un attimo a osservare gli animali per rendersi conto della loro bellezza, del loro essere “perfetti” e “completi”, proprio come noi. Per cogliere col cuore, e non soltanto con la mente, il valore della loro vita. Ma servirebbe a poco, ogni esperienza è “a sè”.

Però c’è un sonetto che rileggo spesso, mi piace perchè “ribalta” davvero la nostra prospettiva:

Penso e ripenso: - Che mai pensa l’oca
gracidante alla riva del canale?
Pare felice! Al vespero invernale
protende il collo, giubilando roca.

Salta starnazza si rituffa gioca:
né certo sogna d’essere mortale
né certo sogna il prossimo Natale
né l’armi corruscanti della cuoca.

- O papera, mia candida sorella,
tu insegni che la morte non esiste:
solo si muore da che s’è pensato.

Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!
Ché l’esser cucinato non è triste,
triste è il pensar d’esser cucinato.

Guido Gozzano, “I sonetti del ritorno” (1911)

E qui cedo la parola alla blogger Attaccabottone che me l’ha fatto conoscere:

Avete mai osservato un’oca mentre fa il bagno? No, non quando galleggia placida sull’acqua, ma proprio mentre si lava energicamente, inzuppandosi come una spugna.

È uno spettacolo buffissimo: il caro palmipede allarga le ali e le sbatte sulla superficie, sollevando nuvole di spruzzi; incurva il collo e lo tuffa sott’acqua, usandolo come una paletta per rovesciarsi l’acqua sulla schiena; si immerge completamente e si capovolge, rimanendo con le zampe all’insù, per poi agitarsi a più non posso e riaffiorare con le penne tutte spettinate. Dà veramente l’impressione di divertirsi un mondo e di essere perfettamente felice.

È a partire da questa impressione che Gozzano, con la semplicità e l’immediatezza che lo contraddistinguono, si trova a riflettere sul tema del pensiero e del tempo. Il risultato è un delizioso sonetto, incentrato sulla differenza che corre fra il modo umano e quello animale di affrontare la morte (e, di conseguenza, la vita).

L’oca non ha la facoltà del pensiero, almeno non come la intendiamo noi, e non è in grado di concepire la morte. Diversamente dall’uomo, non è consapevole di avere una fine. Mentre starnazza allegramente alla riva del canale non sospetta nemmeno che le “armi corruscanti della cuoca” sono pronte a farla diventare il piatto principale del pranzo natalizio (da notare la rima fra “Natale” e “mortale”, nella quale si consuma un’altra fondamentale differenza fra uomo e animale, dal momento che la festività, giorno di nascita e gioia per il primo, è per il secondo un giorno di morte).

Questo limite insito nella sua natura non deve però farci considerare l’oca un essere stupido e inferiore. Se ci convinciamo di questo, ci avverte Gozzano, commettiamo un errore molto sciocco: così facendo infatti non ci accorgiamo che ciò che ci rende mortali (e infelici) è proprio la consapevolezza di esserlo. “Solo si muore da che s’è pensato”, ed è l’oca stessa a insegnarcelo, con la sua pura e serena voglia di vita (non vi vengono in mente “i sereni animali che avvicinano a Dio” di Saba?).

La pennuta creatura non ha neppure la cognizione del tempo: non ha memoria del passato, e tantomeno sa di avere un futuro. Vive solo nel presente. La sua vita è ogni istante, e in un certo senso in ciascuno di questi istanti è eterna. Può essere così giocosa proprio perché non è cosciente del destino che l’attende. Se lo fosse non starebbe sguazzando festosa né giubilando al tramonto, e non avrebbe quindi quelle caratteristiche che il poeta osserva in lei con meraviglia e invidia.

Invidia, sì: è forte il desiderio di assomigliarle, di essere capace di godersi ogni attimo senza rimpianti o rimorsi verso ciò che è stato e senza incertezze e paure per ciò che sarà. Non possiamo essere anche noi liberi e spensierati, come quest’oca?, sembra chiedersi Gozzano con tristezza e un pizzico di rabbia. No, non possiamo. Per il banalissimo fatto che noi non siamo oche: se per noi è difficile rassegnarci alla morte sorridendo, ancora di più lo è rassegnarci sorridendo alla vita.

Anche i topi potano

Era una tiepida prima mattina di circa un mese fa, quando, dopo avere frettolosamente fatto colazione, scambiato 2 chiacchiere (ognuno tramite codice comunicativo distintivo della propria specie d’appartenenza) con vari pelosissimi coinquilini accertandomi che stessero tutti bene,  ed essermi resa (giusto appena) presentabile come minimamente richiesto da una ahimè (per i miei gusti) troppo formale società, esco dalla porta del mio appartamento per recarmi in una filiale di banca (dove avrei effettuato un pagamento di tasse per la mia eterna “formazione”, tanto per cambiare).

Nella fretta della mia andatura riesco comunque a notare, durante l’attesa dell’ascensore, che la meravigliosa pianta rampicante regalatami tempo fa da una dolce signora e occupante un angolo del mio pianerottolo è stata “recisa” in varie sue parti, cadute per terra a costituire un tappetino di molli rami e foglie ormai cominciate a morire. Mi invadono dispiacere e sgomento, seguiti da un’opportuna curiosità che mi porta a chiedermi: “Se la pianta fino a ieri sera stava benone e in splendida forma, da quale mai improbabile, feroce e repentino parassita può essere stata attaccata? O sennò… chi mai può essere stato a compiere quest’opera? E soprattutto, perché???!”.

Riflettendo inizialmente su un elenco di probabili “nemici” (o di sicuro, per meglio dire, umani che praticano abitudini deleterie per vari viventi senzienti e per questo da me pubblicamente per nulla condivise – cacciatori, bracconieri, allevatori, vivisettori o condividenti vivisezione, pellicciai, macellai etc etc-), ci metto poco a concludere che non può essere un lavoro spinto da sete di vendetta o di desiderio di preavviso siculo sull’opportunità di “starmi al mio posto” o cose del genere…insomma espressione di disappunto e fastidio rivolti alle caratteristiche del mio essere e dei miei palesati pensieri e valori… piuttosto mi bucavano le ruote della macchina, no??

Mentre, ancora perplessa, cammino diretta verso la mia infelice meta, non posso fare a meno di continuare a chiedermi come mai e per mano di chi o di cosa mi sia successa una cosa simile, o meglio come sia successa a questa bella pianta e in questo luogo, escludendo anche la possibilità che possano saperne qualcosa, per diretta responsabilità, i miei dirimpettai o qualcuno dei miei familiari (che comunque frequentano molto poco la mia abitazione, e non mi avevano fatto alcuna visita notturna nelle precedenti ore).

Tornata finalmente sul luogo dell’ancora irrisolto misfatto, davo l’ultimo saluto alle parti “spacciate” del vegetale e mi accingevo a ripiantare, ottimista sulla loro radicazione,  alcuni rami più vitali, quando percepisco, sia tramite udito che vista, qualche movimento dietro il vaso… bè, a muoversi, manifestandosi alla mia vista affacciandosi timidamente da un lato del vaso e guardandomi impaurito e sbigottito, era un delizioso, piccolo e grigio topolino!!!

Dunque era lui l’autore della “forte potatura”!!! Scoppio a ridere e lo saluto, e lui, di tutta risposta, scappa via scendendo giù per le scale! Il suo improvvisato rifugio è stato, per le 2 ore successive, un incavo sul muro di un mezzo piano precedentemente contenente uno di quei vecchi idranti anti-incendio e privo di vetro forse dal dopoguerra. In questo tempo, dopo avergli offerto un pezzetto di formaggio che non ha fatto complimenti ad accettare e a mangiucchiare deliziosamente e dopo aver pensato, da umana abituata alla pratica di utilizzare stabiliti appellativi per rivolgersi a un prossimo, che gli sarebbe stato bene il nome “Luigi”, ci parlavo un po’, per cercare di farlo abituare al mio tono di voce sperando che lo percepisse amichevole o comunque non pericoloso, e approfittavo della rara occasione per osservare bene questo esserino lungo tra i 10 e 12 cm circa (coda esclusa) e davvero molto, molto carino! Sembrava un topolino dei cartoni della Walt Disney… quando provavo ad avvicinarmi un po’ lui, però, squittiva di paura e si ritraeva… ho pensato allora che non avrei mai potuto prendermi tutto il tempo necessario per addomesticare (e non sarebbe stato nemmeno giusto!) questo animaletto, e dunque l’unico modo per poterlo portare via da questo ambiente che mai sarebbe stato favorevole alla conservazione della sua esistenza (il primo abitante di qualche altro appartamento che lo avesse visto si sarebbe sentito di sicuro legittimato a farlo fuori in qualunque modo, ne sono certa) rimaneva una cattura finalizzata a successivo trasporto in un luogo più sicuro e un po’ più naturale per lui.

Dopo avere sistemato una gabbietta con l’apertura rivolta verso Luigi e contenente un altro pezzetto di formaggio, ho atteso paziente (molto paziente, molti si sarebbero stancati e arresi cercando probabilmente altre soluzioni) il suo ingresso verso la trappola-salvavita (all’inizio, nonostante tentato dall’odore del formaggio che gli provocava quei graziosi ‘annusamenti dell’aria’ che caratterizzano i roditori in particolare, ma anche tantissimi altri mammiferi, sembrava davvero aver capito che era una trappola di cui, ovviamente, non aveva nessuna intenzione e voglia di fidarsi!).

Una volta comunque entrato dentro la gabbietta, Luigi era finalmente diretto, trasportato nel mio autoveicolo, verso il lotto di campagna dove tuttora scorazza felice. O almeno così spero. Questa, ad ogni modo, mi è  sembrata la serie di mosse più opportuna che potessi scegliere di compiere per sperare in un futuro di Luigi il meno compromesso possibile da pericolosi interventi antropici in questo contesto ambientale e sociale.

A qualche amico (ma ahimè non sufficientemente amico di animali non umani) e conoscente che, appresa questa storia, è rimasto negativamente sorpreso commentando che la cosa che avrei dovuto fare era, invece, uccidere Luigi a scopettate, perché comunque i topi portano malattie, perché non devo “umanizzare gli altri animali” etc etc, e a tutti quelli che la pensano come loro, ho già detto e ribadisco che io non ucciderò mai intenzionalmente (non potrò e non vorrò) alcun essere vivente senziente, mio simile (più o meno), dotato come me di sistema nervoso, di estremità cefalica (o anche no!), di arti (o anche no!), eventualmente di organi e apparati di diversa forma e complessità (dalla più semplice alla più strutturata), né per qualche apparente “giustificabile” motivo né, tantomeno, senza alcuna ragione (o ritenendo, ad esempio, una valida ragione per farlo il fatto che questo si ritrova chissà per quale caso e serie di combinazioni sul pianerottolo fuori casa mia), perché non sento che appartengono alla mia natura e al mio istinto e alla ragione di questa mia vita né il potere né la presunzione del diritto di farlo (eventualmente arrogato arbitrariamente) e probabilmente, se la mia vita fosse in pericolo per l’attacco di qualcuno, mi limiterei a difendermi e a fuggire.

Ad ogni modo sono ben contenta e mi sento “arricchita” dopo questo incontro abbastanza ravvicinato con il topolino Luigi, e, ovunque sia adesso, gli auguro serenità, salute e, per avere queste, di mantenere sempre una distanza sufficiente da suoi nemici umani! Ciao Luigi.